“Il basket è uno sport logico per persone intelligenti”. Così recita il
titolo del sito web personale di Sergio Tavcar, mitologico telecronista
di Tele Capodistria che ha fatto appassionare una generazione
raccontando sulla tv slovena di lingua italiana il basket balcanico e
anche quello di oltre oceano. Il basket a stelle e strisce viene
analizzato nel suo ultimo libro “C’era una volta l’NBA. Storia di un
amore tradito” (Bottega Errante). Si parla di amore tradito perché Tavcar
riconosce al campionato professionistico americano di aver prodotto
quella che per lui è stata la miglior squadra di basket di sempre,
ovvero il Dream Team del 1992. Da lì in poi il declino di uno sport che
non lo appassiona più perché mina, appunto, il suo concetto di basket
come sport logico, per diventare un circo per produrre highlights, uno
spettacolo circense nel quale contano potenza e atletismo e giocatori e
squadre si preoccupano soprattutto di marketing e flusso di entrate,
rendendo gran parte dei match della regular season inutili e ripiene di
giocate individuali 1 contro 5 sacrificando gioco di squadra, tecnica e
creatività. Un affronto per chi ama profondamente il gioco ed è da
sempre propugnatore della visione balcanica dello sport. Una visione che
premia la furbizia, il lavoro, l’intelligenza della lettura
situazionale. Tutte caratteristiche che paiono essere sparite od essere
state messe in secondo piano nel basket odierno che non appassiona i
cultori della vecchia guardia per premiare la logica delle azioni
singole da riproporre in qualche reel. Largo all’estemporaneità veloce e
al bando la pazienza certosina per imparare veramente a capire il
gioco. Ma quando, per Tavcar è iniziata questa discesa agli inferi? Due
le cause principali, secondo lui. La precoce scalata verso l’NBA di
tanti talenti (e il più famoso e osannato di tutti è LeBron James),
bypassando completamente la necessaria fase formativa (sia tecnica che
soprattutto mentale ed intellettuale) del college e l’atletismo e le
forzature del tiro da tre che hanno portato le partite ad assomigliare
ad una corsa che termina col tiro a segno da distanza siderale dal
canestro. Inoltre la messa al bando della lettura del gioco ha portato a
difese quanto meno rivedibili. Alla fine Tavcar usa una metafora per
definire i giocatori: ci sono passeri e struzzi. I secondi sono più
grossi e potenti, ma non possono volare. Mentre i secondi, più piccoli,
possono librarsi e farla in testa ai primi. Il volare, per Tavcar è il
puro saper giocare a basket. E quindi due giocatori non propriamente
atletici come Doncic e Jokic possono risultare dominanti anche senza
balzi sovrumani perché, restando dentro la metafora, “per quanto si
sforzi, nessun tacchino o gallina potrà mai diventare non solo
un’aquila, ma neanche un tordo o un merlo.”

Nessun commento:
Posta un commento