giovedì 17 agosto 2017

I fantasmi dell'Impero - Consentino, Dodaro, Panella

"I fantasmi dell'Impero" non è solo un romanzo (godibile) che mette al centro l'Africa Orientale conquistata dagli italiani negli anni '30. E' anche una ricostruzione storica basata su accuratissime ricerche d'archivio, con tanto di documenti, telegrammi e foto presenti all'interno del romanzo. Nonostante la mole di documentazione utilizzata quest'opera scritta a sei mani da Marco Consentino, Domenico Dodaro e Luigi Panella non è mai pesante e didascalica, ma ha il respiro delle storie ben raccontate, quasi in presa diretta, che coinvolgono per l'intreccio e l'emozione. Ma, soprattutto, è un'indagine interiore sugli orrori della guerra, sulle nefandezze degli "italiani brava gente" che per smania di potere si macchiarono di delitti e prepotenze (tuttora) indicibili. E sulle quali, forse, dovremmo riflettere ora che i movimenti dei popoli si rivolgono in maniera opposta rispetto al periodo dell'espansione coloniale. Con "I fantasmi dell'Impero" possiamo ben dire di trovarci di fronte al "Cuore di Tenebra" italiano. Con buona pace di Joseph Conrad che, probabilmente, avrebbe apprezzato
E il riferimento al capolavoro dello scrittore polacco-inglese non è neanche così peregrino. Il Vice Re Graziani è preoccupato. Nella zona vicina al confine col Sudan, il Goggiam, è scoppiata una rivolta, pare a causa dei metodi spicci e brutali del Governatore dell' Amara Pirzio Biroli e in particolare di un capitano italiano: Corvo (anche il nome rievoca il Kurz conradiano...). Graziani decide di inviare in zona l'avvocato militare tenente colonnello Vincenzo Bernardi. Se il Marlow di "Cuore di tenebra" ripercorre il fiume Congo alla ricerca di Kurz, Bernardi dovrà inoltrarsi tra gli altopiani etiopi, al seguito di un colonna di soldati italiani (la Colonna Barbacini) e indagare sul misterioso Corvo. E qui si dipana la storia, tra intrighi, maneggi (e il vero deus ex machina di questi sarà niente meno che il Generale Badoglio), imboscate e nefandezze compiute dalle truppe italiche: stupri, violenze, e bombardamenti con armi chimiche. Alla fine Bernardi, accompagnato da personaggi interessanti come il Tenente amante della fotografia Valeri e l'immenso sciumbasci Welè, scoprirà che la realtà è un po' differente da come se l'immaginava, la verità cambia a seconda delle percezioni, ma l'orrore quello è reale, e continua a perseguitare chi, a qualsiasi titolo, ne è entrato in contatto. Anche se poi la vita, il lavoro, le relazioni sociali e l'amore sembrano proseguire tranquillamente.
La cosa interessante di questo grandioso affresco storico è la leggerezza con cui viene dipinto. Tutto il contrario dell'arzigogolato lessico dei documenti ufficiali, fatto di sigle assurde e barocche come il "massima precedenza assoluta su tutte le massime precedenze assolute" presente su tutti i  telegrammi citati nel testo. Altra cosa paradossale è che i personaggi raccontati sono quasi tutti reali, ma hanno una vita da romanzo. Su tutti il generale Alessandro Pirzio Biroli che dopo essersi distinto per meriti sportivi alle Olimpiadi di Londra 1908 (argento nella sciabola a squadre) fece altrettanto nella disciplina della ferocia, prima nel governatorato di Amara e poi durante il secondo conflitto mondiale in ex Jugoslavia organizzando una violenta repressione nelle Bocche di Cattaro e in Montenegro, regione che lo vide governatore dal 1941 al 1943. La sua "filosofia" era tristemente riassumibile in questa frase “Odiate questo popolo. Esso è quel medesimo popolo contro il quale abbiamo combattuto per secoli sulle sponde dell’Adriatico. Ammazzate, fucilate, incendiate e distruggete questo popolo”. E in questo fu terribilmente coerente applicando il metodo in maniera sistematica sia in Africa Orientale che nei Balcani.
 

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