mercoledì 4 aprile 2018

La Terra del Ferro e del Fuoco - Cap IX - A che cosa giochiamo?

Martin prosegue nella sua "indagine" e riscopre giochi e luoghi della sua infanzia. Nostalgia o semplicemente bei ricordi da chiudere in un cassetto e custodire gelosamente?
 
A che cosa giochiamo?


A che cosa giochiamo?” Era la domanda che quotidianamente ci ponevamo allorquando, bambini, ci si incontrava.
E la risposta (in un ambiente stimolante e ancora in parte da esplorare), con l’aiuto della fantasia, non tardava a venire.
Ecco una frasca per fare un capanno; una vecchia corda di canapa per improvvisarsi cowboys; una piuma abbandonata di gallina per diventare “Nuvola Rossa”; un palo piantato lì, per impostare una danza del fuoco.
Ogni cosa andava bene: un prato diventava una prateria; la legnaia un nascondiglio dal quale spiare senza essere visti; un sottoscala o una soffitta teatro per allestire scene da commedia all’italiana.
Persino i tappi metallici delle bottiglie, di cui andavamo freneticamente alla ricerca in ogni angolo della casa, diventavano pedine da colpire con il dito nelle appassionanti gare sportive organizzate sui tragitti asfaltati delle terrazze o dei corridoi.
E un ripostiglio chiuso da una tenda era il luogo ideale dove appartarsi con l’amichetta del cuore, per simulare (imitandole) scene di vita coniugale. Tutto, con la fantasia e la creatività era possibile.
I desideri, come da una lampada di Aladino diventavano, quasi sempre e quasi subito, realtà.
Anche quando i mezzi o i luoghi erano davvero scarsi, riuscivamo addirittura a giocare, giocando ad inventarli!
E’ indubbiamente retorico chiedersi se oggi sia ancora così: certo che non è più così, o… proprio così. Eppure, i bambini di tutto il mondo, quando si trovano assieme, ancora si domandano: “A che cosa giochiamo?” E se ciò che manca loro per realizzare qualche desiderio lo trovano in realtà diverse e diversamente strutturate rispetto a quelle di una volta, l’esigenza di fondo rimane: un grande, irrinunciabile bisogno di giocare, da soli o in compagnia”

A Martin di giocare da solo non passava neppure per l’anticamera del cervello, quindi decise di portar con sé la paziente Jamila per un sopralluogo nei luoghi della sua infanzia, ispirato dalle sagge parole del Professor Battirani.
La giornata era ideale: soleggiata, ma non afosa. Armati di bicicletta i due percorsero buona parte delle piste ciclabili che si snodavano lungo la città e raggiunsero la viuzza dove il buon Martin aveva avuto i natali ed aveva passato buona parte della propria giovinezza.
Dopo aver pedalato lungo un viale costeggiato da ombrosi tigli, raggiunsero finalmente la metà. Jamila ne approfittò per dissetarsi dalla borraccia in dotazione alla sua mountain bike. Martin avrebbe dovuto accorgersi di quanto fortunato fosse ad avere quella splendida donna al suo fianco, in quella giornata radiosa, ma sfortunatamente era tutto immerso nei suoi pensieri e il mondo circostante si era fatto improvvisamente ovattato e privo di significato.
Martin era attanagliato da una stranissima sensazione che gli costringeva il petto:
un misto tra fortissima curiosità, che gli elettrizzava tutte le membra, e la paura di rimanere deluso dalla visione di un piccolo mondo, che in tanti anni di assenza aveva in qualche modo idealizzato.
Tirò un paio di forti respironi, chiuse gli occhi, e girò l’angolo.
Quindi riaprì le palpebre lentissimamente, o così almeno gli parve. La via gli si stagliò davanti e risuonò subito familiare, anche se maledettamente più stretta e meno estesa di come i suoi ricordi di bambino gliela indicavano. Quella lingua d’asfalto che per intere giornate aveva percorso in bicicletta simulando inseguimenti polizieschi, Giri D’Italia e Parigi Dakar varie era poco più lunga di cento metri anche se a lui erano sempre parsi chilometri.
Scese dalla bicicletta ed iniziò a guardarsi intorno, con la fedele Jamila al suo fianco che lo seguiva silenziosa, comprendendo l’attimo di piccolo shock emozionale.
Le case che costeggiavano la via erano rimaste sempre quelle, i numerosi cani che abbaiavano, latravano e mugolavano avevano mantenuto la consuetudine di questa particolare colonna sonora anche se con buone probabilità i vocianti animali domestici che Martin ricordava erano passati a miglior vita.
Ad un certo punto Martin si accorse che qualcosa non quadrava: c’era uno spazio vuoto di troppo all’altezza del vecchio noce. Ma certo! Era la canonica posizione della folkloristica Simca 1000 color blu elettrico. Martin aveva sempre ignorato chi ne fosse il legittimo proprietario, ma il vetusto automezzo faceva parte del suo personale arredo urbano e il fatto che non fosse più presente lo disturbava come avrebbe spazientito un fedele che entrato in chiesa l’avesse trovata priva di crocifisso.
Proseguì ancora per qualche passo in quell’ universo così familiare e così stranamente lontano.
Notò con vivo disappunto che il pino sul quale si arrampicava da piccolo era stato sostituito con un ornamentale ma molto più esile carpino, sicuramente poco adatto ai novelli Tarzan.
Si sedette sul muretto di pietra che circondava il condominio dove era nato. Una volta sarebbe stato molto più circospetto: era matematico che sedendosi lì avrebbe inzaccherato di resina i pantaloni, ma ora qualcuno recidendo l’amata pianta ( che peraltro la maggioranza delle altre persone avrebbe trovato francamente orribile) aveva eliminato il problema alla radice.
“ Sai arrampicarti sugli alberi? “ – chiese Martin a Jamila
Lei sorrise.
“ Veramente no. Forse non ho mai trovato nessuno che me lo insegnasse. Vuoi provarci tu ?”
Martin, notoriamente acuto, e capace di percepire a distanza ogni minimo sottinteso si lanciò in un’ ardita disquisizione sulle motivazioni che facevano preferire l’arrampicata su un vigoroso pino. E raccontò com’era bello scalare lungo la corteccia per andare a vedere i piccoli uccellini all’interno del loro nido.
Jamila, tra lo sconfortato e l’intenerito, decise di tappargli la bocca con un profondo bacio.
Martin rimase piacevolmente sorpreso e ringraziò mille volte il vecchio e probabilmente defunto pino.
“ Raccontami un po’ che facevi qui quando eri un piccolo moccioso” – chiese Jamila.
Martin che non aspettava altro, la guardo grato e quindi esplose come il tappo di una bottiglia di champagne a lungo scossa.
“ Questa è stata una vera palestra di vita. Tutti i bimbi e i ragazzi della via si riunivano su quegli scalini che vedi laggiù, il vero centro catalizzatore di tutta la via. Quindi c’era una specie di gerarchia stabilità dall’età: i più piccoli ascoltavano i più anziani imparando un sacco di cosee talvolta prendendole in maniera salutare per essere stati troppo seccanti o fastidiosi. In ogni caso poi c’era sempre qualcosa di avventuroso da fare tutti assieme”.
Martin amava scorazzare sulla sua adorata bicicletta rossa inseguendo criminali o organizzando gare ciclistiche all’ultimo respiro. Non c’era giorno che non tornasse a casa con le ginocchia sbucciate, frutto di rocambolesche cadute. Al giorno d’oggi sarebbe stata materia di consulti al pronto soccorso, ma in quei casi con due scappellotti e una passata magica di disinfettante passava tutto e si era nuovamente abili per lanciarsi in altre corse mozzafiato. Una prova particolarmente divertente consisteva nel lanciarsi, sempre con l’amato velocipede, dalla famigerata “Officina”.
Si trattava appunto di una piccola officina di meccanica di precisione che era situata su un livello rialzato rispetto alla sede stradale. Il dislivello era di un paio di metri, colmato da alcuni scalini. Saliti gli scalini c’era uno spiazzo di una decina di metri sul quale si poteva prendere la rincorsa. Lo scopo della dilettevole attività era quello di buttarsi a capofitto cercando di atterrare in posizione possibilmente verticale, senza centrare nessuno scalino ed evitando anche il pregevole muro di cemento che ti si parava di fronte una volta toccato il suolo felicemente.
Un’attività che avrebbe fatto inorridire qualsiasi mamma moderna e che avrebbe riscosso successo in uno di quei programmi con gli stunt man che ogni tanto si vedono sul tubo catodico. Il tutto ovviamente senza nessun tipo di protezione.
Ovviamente se ritornavi a casa con qualche segno a causa di quest’assurda peripezia, l’incoraggiamento massimo che il circolo familiare poteva attribuirti era quello di “sveiabauchi”.
Martin finendo di raccontare a Jamila l’anedotto rabbrividì e si scoprì genitore apprensivo: se suo figlio avesse osato fare quelle cose lui non avrebbe dormito di sicuro.
Fortunatamente c’erano anche passatempi meno pericolosi per l’incolumità dei giovani pordenonesi. Ogni tipo di attività sportiva vista in tv poteva essere facilmente emulata all’aperto. Partivano quindi tornei di ogni sorta: si tendeva uno spago nello spiazzo tra i garage ed ecco ottenuto un tempio del tennis come il Roland Garros. Le disfide potevano durare delle ore con l’unico inconveniente di una sosta inaspettata per permettere a qualche automobile di parcheggiare. Nello stesso spiazzo era stato appeso un canestro per permettere di emulare gli eroi della NBA che all’epoca erano Magic Johnson, Larry Bird e il giovane e funambolico Michael Jordan.
Ovviamente gli sport più strani ottenevano successo per il loro sapore esotico: quindi, in mancanza di materiale regolamentare, la gamba di una sedia diventava un’ottima mazza da baseball, un qualsiasi pallone era sufficiente per trasformarsi in un quarterback dell’ NFL e il tavolo della cucina, trasportato in giardino mutava magicamente in un tavolo professionale da ping pong.
Di sicuro non poteva mancare lo sport nazionale, ovvero il calcio.
Per fare due tiri era sufficiente dividersi in squadre (che talvolta potevano essere composte da una singola unità) ed usufruire delle porte naturali che il territorio metteva a disposizione. Si trattava di due capitelli che adornavano l’ingresso del summenzionato condominio e di un portone in metallo pesante che portava alla succitata officina. Peraltro quest’ultimo manufatto se importato direttamente in Serie A avrebbe eliminato il problema della moviola e del gol fantasma: infatti ogni volta che veniva colpito dalle pallonate produceva un clangore pazzesco che faceva impazzire di gioia sia il marcatore che i condomini che magari si stavano godendo una meritata siesta pomeridiana. In ogni caso non c’erano discussioni possibili: era indiscutibilmente gol….
Ma un siffatto campo da gioco presentava anche degli inconvenienti non da poco. Oltre al terreno asfaltato e sassoso che rendeva scartavetrato chiunque vi atterrasse dopo aver subito un vigoroso tackle, c’era il problema delle abitazioni circostanti. Fortunatamente non c’era memoria di vetri rotti o altri danni materiali, ma era pressochè matematico che almeno una o due volte per partita la palla finisse nel famigerato campo confinante con l’officina, ovviamente recintato. L’entrata ufficiale, altrettanto ovviamente, distava circa un chilometro e quindi il malcapitato che vi aveva spedito la palla tentando un tiro di controbalzo Maradona style doveva utilizzare l’entrata alternativa. In sostanza si trattava di scavalcare la recinzione, di quelle di plastica verde piene di infide spuntoni, usufruendo del muretto che la sosteneva.
Inutile dire che i pantaloni o pantaloncini dello sventurato, nove volte su dieci venivano irrimediabilmente attratti dalla recinzione e unendosi con lei in uno strano e casto amplesso aprivano, solitamente nella zona del cavallo, uno squarcio irreparabile.
C’era però anche un campo ufficiale per le sfide più importanti: si trattava del piccolo spiazzo verde che si trovava nella parte retrostante il condominio.
Nonostante fosse minato da infide e spezza caviglie tane di talpa, sembrava un vero campo da calcio in miniatura.
Ora Martin lo stava rimirando seduto con Jamila sul naturale spalto costituito dalla zona dove le donne del palazzo stendevano la biancheria, e dove un tempo le numerose supporters venivano ad incitare i giovani gladiatori che si battevano in quella disfida pedatoria.
Ancora non riusciva a capacitarsi del fatto che proprio in quel minuscolo lembo di verde, circondato da siepi di pino che ne delimitavano i naturali confini, una ventina di ragazzini vocianti potessero inseguire un pallone.
Eppure si ricordava benissimo come la squadra della via giocasse lì le partite contro le “selezioni” delle vie circostanti: due mattoni a delimitare le porte e via a tirar calci, non badando troppo al fatto che si colpisse il cuoio o lo stinco del nemico.
Trasognato e immerso nei ricordi di quei giorni di gloria sportiva, gli unici della sua intera esistenza ( anche se in quel momento in un anfratto dellla sua memoria ci fu un fugace ricordo che lo designava come roccioso difensore dai piedi non propriamente delicati, ricordo ovviamente immediatamente respinto), Martin si riscosse trovandosi disteso con Jamila tra la (poca) erba di quello che un tempo era stato il suo personale Maracanà.
Prese una delle margherite che crescevano lì attorno. Una volta erano meno numerose. Probabilmente non c’erano più molti calciatori in zona. In ogni caso adagiò delicatamente una margherita tra i capelli di Jamila e poi colto da un impeto da esploratore botanico le soffiò sul viso il fiore di un soffione, pianta che solo in età adulta aveva scoperto avere il nome molto scientifico, ma molto poco poetico di Tarassaco.
Jamila rise.
“Ehi, hai altre cose da insegnarmi sui fiori caro il mio Linneo?”
“ In realtà sì, mia adorata. Hai mai provato ad assaggiare questi fiori?”
Jamila lo guardò dubbiosa
“Dai tranquilla, non ti avveleni. E da quando sono nato che li succhio”
“ Proprio questo mi preoccupa!” – ribattè asciutta lei.
Per tutta risposta Martin inizio a succhiare i petali del fiore viola che aveva davanti. In realtà non ne sapeva il nome e non sapeva neanche se fosse velenoso o meno. Assomigliava ad un cardo in miniatura. Fatto sta che fin da bambino i più grandi gli avevano insegnato che era una pianta della quale ci si poteva fidare e quindi forte di questa lezione continuava la tradizione decennale di mangiatori inconsapevoli di piante misteriose.
Un tempo, per la soddisfazione, quelle piante assumevano, di volta in volta, sapori fantastici.
Ora Martin rimase deluso dall’insipido sapore che gli riempiva il palato.
“ Sei cresciuto, Martin. Non sei più un bambino” gli disse la consueta e petulante vocina interna che Martin calcolò come il due di coppe a briscola.
Jamila lo riportò alla realtà.
“ Ma eravate sportivi tutto il giorno? Non facevate mai niente che potesse andar bene ad una signorina?”
“ A parte il fatto che le signorine che erano presenti in zona erano eccezionali calciatrici e cicliste…” – tentò quasi di giustificarsi Martin.
Ricordandosi poi delle parole scritte dal Professor Battirani meditò sul fatto che non si era mai appartato con nessuna delle sue amiche di infanzia, nè per imitare scene di vita coniugale, nè per giocare al dottore. Conoscendo le fanciulle che lo circondavano aveva fatto bene: con tutta probabilità se avesse tentato un simile tipo di approccio avrebbe ricevuto in cambio un solenne sganassone che lo avrebbe segnato a vita nei rapporti con l’altro sesso.
Riflettè un attimo su quali altri suoi giochi di infanzia potevano essere considerat unisex, o, almeno, più adatti a delle signorine. L’unico che gli venne in mente fu un superclassico di tutte le epoche: il nascondino.
Ricordava con precisione tutti i più strani nascondigli nel quale si era nascosto. I migliori erano quelli nella zona garage, anche se Martin aveva dovuto smettere di andarci a causa di alcuni sogni terrificanti che aveva iniziato a fare.
Infatti per un periodo, probabilmente aiutato dalla dieta della mamma particolarmente dietetica e leggera, era stato preda di incubi spaventosissimi che lo vedevano inseguito, per motivi ignoti, dall’arrotino che ogni mattina vedeva affilare coltelli di fronte al cortile della scuola. L’ individuo dalla lombrosiana basetta lo braccava nottetempo in zona garage armato di temibile coltellaccio.
Ai posteri non è dato sapere il movente di questi efferati inseguimenti.
D’altronde qualcuno avrebbe dovuto dubitare della stabilità mentale di Martin fin dal momento in cui, pargolo di sette-otto anni, non perdeva una puntata di “Chi l’ha visto?” prendendo accuratamente appunti in un apposito taccuino, per essere sempre pronto a compiere il proprio dovere di buon cittadino in caso di avvistamenti sospetti.
Il nascondino gli aveva riportato alla mente anche le fantasiose conte che utilizzava con i suoi amici per decidere chi doveva “stare sotto” e cercare tutti gli altri.
Curiosamente anche Battirani ne parlava in una parte del suo saggio:
Ciò che piuttosto non è abbastanza (o non lo è del tutto) praticata oggi nelle scuole è tutta quella ricchissima serie di attività ludiche “tradizionali” di facile attuazione, (in quanto poco o nulla strutturate) ma assai efficaci, formative e gradite ai bambini. Ci riferiamo ai numerosi, semplici, ma significativi e coinvolgenti giochi della nostra (e non solo nostra) “tradizione popolare”.
Quelli, per intenderci, “che non serve andare a scuola” per imparare in quanto ci sono stati tramandati di generazione in generazione, tra i singoli componenti della famiglia e da una famiglia all’altra. Il fenomeno è abbastanza preoccupante, al punto da far pensare ch un po’ di innossidabilità quei giochi pur così divertenti e istruttii, l’abbiano persa per strada.
Ed erano le fantasiose “conte” che facevamo in gruppo per stabilire chi doveva “star sotto”, dalle quali apprendevamo, inconsapevolmente, un intero “programma di educazione linguistica” (linguaggio mimico-gestuale compreso) e alle quali ci sottomettevamo liberamente poiché la decisione consegnata alla sorte metteva tutti più o mrno d’accordo.
Nel ripeterle poi si esercitava la memoria (oggi tanto scarseggiante); impegnando l’attenzione nel seguire la sequenza, si acquisivano inoltre importanti requisiti e prerequisiti matematici e financo canori. Quando poi alla conta o alla filastrocca si associava il movimento, allora l’espressione corporea si faceva “danza”.

Martin fece rapidamente mente locale. Nella sua mente si affollava una ridda di vecchie conte. Non aveva mai amato particolarmente la classica Ambaraba Cicci Coccò, anche se lo aveva sempre incuriosito il fatto che le civette sul comò copulassero con la figlia del dottore. In ogni caso gli pareva una naturale conseguenza che il dottore cadesse malato dopo aver fatto quella terrificante scoperta sulla vita sessuale della propria erede.
Il suo idolo incontrastato era sempre stato il celeberrimo Ciccio Bomba Cannoniere, che, a seconda delle versioni, provvedeva ad eseguire i propri bisogni corporali all’interno di un bicchiere destinato alla prematura rottura, oppure era stato dotato da Madre Natura di tre pertugi rettali.
Anche i personaggi di Walt Disney non uscivano immuni dall’incontro con Martin, ma mentre Paperino era un innocuo tabagista, molto geloso della sua pipa, Pippo si riscopriva petomane e con le proprie eruzioni di simpatia faceva scoppiare in ordine Giappone, Francia o uno sventurato bambino nel caso i suoi prodotti odorassero rispettivamente di limone, arancia o caffè.
Martin rideva a crepapelle ogni volta che riproponeva la conta, anche se in cuor suo avrebbe pagato perché le puzzette sue e dei suoi amici avessero avuto degli olezzi così delicati.
Infine c’era quella da sfoderare quando si doveva assolutamente evitare di stare sotto.
La micidiale arma prendeva le vestigia di una innocua macchinetta rossa che ogni volta cambiava direzione. Se si era abbastanza scaltri si riusciva ad eliminare i più pericolosi concorrenti facendo compiere un giusto numero di chilometri. Se si era compiuto un errore di calcolo c’era in ogni caso l’elegante scappatoia rappresentata dalla tiritera “ Tocca proprio a te, un, due,tre” che permetteva di pilotare abbastanza agevolmente i sorteggi.
Martin si riscosse accorgendosi di aver girato in tondo come la citata automobilina rossa. Guardò Jamila che lo osservava ridendo divertita e sperò di non aver imitato, nell’enfasi del momento, Pippo o Ciccio Bomba Cannoniere.
Dato un rapido sguardo attorno non vide cocci di bicchieri passati a miglior vita e si rasserenò.
Quindi passò al contrattacco.
“E tu, mia cara, che conta usavi quando eri piccina?”
“Io non ho la tua stessa memoria ferrea. Comunque una me la ricordo. Faceva così:
Waahid itnayn talaata
Ammo Husssein shahata
Baa ishocolata
Bisilya ya bisilya
Yaish baba wa bàa
Wa khalee yizra innab'a.”

Martin rimase estasiato dalla musicalità che usciva dalla bocca di Jamila.
“Bella, suona proprio bene. Che significa?”
“ Più o meno dice così:
Un, due, tre
Lo zio Hussein è un mendicante
Venditore di cioccolata
Piselli o Piselli
Fate che il babbo viva e stia bene
E possa piantare il nab’a”

“ Io continuo a preferire Ciccio Bomba… Poi cos’è il nab’a?”
Jamila lo guardò come dovesse fare una rivelazione fondamentale.
“Non ne ho la più pallida idea!” disse ridendo
Nel frattempo, mentre stavano tornando sul davanti del caseggiato sentirono voci e frastuono. Martin vide, con un certo compiacimento, che non era l’unico ad aver sacrificato dei pantaloni alla perfida recinzione. Vide due bimbi di colore affaccendarsi attorno al malefico reticolato verde nella speranza di poter recuperare un pallone incautamente sfuggito.
“ Chissà quei bimbi quale filastrocche hanno portato qui dall’Africa” disse sottovoce a Jamila.
Nel contempo uno dei due ragazzini proruppe in un
“Ou Dennis, sei proprio un brombol!”
Martin ci pensò su. Difficilmente avrebbe potuto ottenere qualche esotica conta dai due giovani.
Al massimo qualche episodio folkloristico.
Inequivocabilmente pordenonese.

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