Sarà per la giornata meteorologicamente adatta, ma credo che
oggi sia propizio affrontare uno dei grandi classici della letteratura che solo
per opportunità viene relegato come scrittore di genere (giallo nello
specifico). Sto parlando di Georges Simenon e del suo meraviglioso Maigret.
Creato alla fine degli anni ’20 dello scorso secolo ha letteralmente stravolto
i canoni del classico investigatore. Niente più brillanti e geniali deduzioni per
incastrare i criminali dopo intrecci complicati e tendenti alla sorpresa, ma
storie minime, quotidiane, con un gigante che utilizza la sua umanità, oltre
che il suo acume per risolvere i casi che il suo lavoro di Commissario della
Polizia Giudiziaria gli mette di fronte. E, spesso, il criminale non è un
nemico da sconfiggere, ma un povero diavolo del quale Maigret cerca di intuire
la storia personale e le esperienze che lo hanno portato a delinquere. Non fa
eccezione “Il porto delle nebbie”, romanzo scritto nel 1932. La polizia
parigina ritrova sperduto nei Boulevards cittadini un uomo in stato
confusionale. Non è in grado di parlare né di ricordare, indossa abiti e scarpe
nuove, ha 5.000 franchi in tasca, ma è senza portafoglio e documenti. Si
scoprirà essere Joris, il capitano del porto di Ouistreham, piccola località
marittima in Normandia, vicino a Caen. Maigret vuole vederci chiaro e decide di
riaccompagnarlo direttamente a casa. La mattina successiva al loro arrivo,
però, il capitano viene ritrovato in casa cadavere, ucciso da una dose letale
di stricnina. Parte quindi l’indagine che porta Maigret ha scavare nell’animo
di una cittadina reticente e dura come la scorza dei propri cittadini. C’è
Julie, l’amata cameriera di Joris, al quale il capitano lascia tutto in eredità,
suo fratello, il marinaio Grand Louis e poi c’è la misteriosa famiglia del
potente sindaco Grandmaison.
Maigret regge le fila della vicenda in maniera magistrale. La nebbia che avvolge il paese non è solo reale, ma anche metaforica. L’indagine procede lenta, a tentoni, con il passo di colui che cerca di orientarsi tra le bruma. Ed è una perfetta rappresentazione di un paese intero che tende a nascondere le torbide macchinazioni che si svolgono al proprio interno. Tanto che l’espressione è diventata proverbiale per indicare una procura che tende ad insabbiare le immagini.
Alla fine la sensazione che resta è quella di umidità fastidiosa che ti permea dentro. Lo stesso Maigret appare più vulnerabile, quasi smarrito di fronte a una vicenda che si scioglie — letteralmente — nella nebbia. Nel romanzo non esistono linee nette: tutto è sfumato, ovattato, e ciò che non si vede finisce per essere più importante di ciò che appare. La nebbia diventa così la metafora della memoria mutilata, delle verità taciute, della colpa che circola senza prendere forma. È un romanzo in cui nessuno dice davvero ciò che pensa, e in cui l'ambiente divora la trama, costringendo Maigret a navigare più per intuizioni che per deduzione. E Maigret cerca di ritrovare il suo ambiente naturale rinchiudendosi nella Buvette del porto, per ritrovare un briciolo di umanità. Ma l’impresa pare non riuscire perché, una volta disbrigata la matassa e risolto il caso, non può esserci consolazione perché in questo spicchio di mondo la violenza e la miseria morale paiono essere un vero e proprio modo di vivere. E la giustizia, in questo ambiente, non può essere nè catartica né liberatoria. In conclusione un Maigret nerissimo, cupo e molto umano ai quali tantissimi grandi investigatori più recenti devono molto, moltissimo.
Maigret regge le fila della vicenda in maniera magistrale. La nebbia che avvolge il paese non è solo reale, ma anche metaforica. L’indagine procede lenta, a tentoni, con il passo di colui che cerca di orientarsi tra le bruma. Ed è una perfetta rappresentazione di un paese intero che tende a nascondere le torbide macchinazioni che si svolgono al proprio interno. Tanto che l’espressione è diventata proverbiale per indicare una procura che tende ad insabbiare le immagini.
Alla fine la sensazione che resta è quella di umidità fastidiosa che ti permea dentro. Lo stesso Maigret appare più vulnerabile, quasi smarrito di fronte a una vicenda che si scioglie — letteralmente — nella nebbia. Nel romanzo non esistono linee nette: tutto è sfumato, ovattato, e ciò che non si vede finisce per essere più importante di ciò che appare. La nebbia diventa così la metafora della memoria mutilata, delle verità taciute, della colpa che circola senza prendere forma. È un romanzo in cui nessuno dice davvero ciò che pensa, e in cui l'ambiente divora la trama, costringendo Maigret a navigare più per intuizioni che per deduzione. E Maigret cerca di ritrovare il suo ambiente naturale rinchiudendosi nella Buvette del porto, per ritrovare un briciolo di umanità. Ma l’impresa pare non riuscire perché, una volta disbrigata la matassa e risolto il caso, non può esserci consolazione perché in questo spicchio di mondo la violenza e la miseria morale paiono essere un vero e proprio modo di vivere. E la giustizia, in questo ambiente, non può essere nè catartica né liberatoria. In conclusione un Maigret nerissimo, cupo e molto umano ai quali tantissimi grandi investigatori più recenti devono molto, moltissimo.

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