Ero un giovane
liceale quando nel 1996 uscì “Linea Gotica” dei CSI. Da fan accanito dei CCCP
prima e dei CSI poi consumai letteralmente le tracce del CD. E indirettamente
conobbi l’opera di Fenoglio che ne ispirava la title track. Lessi avidamente
“Il partigiano Johnny” e “Una questione privata”, capolavori assoluti e quindi
inizia a divorare il libri che raccontavano la Resistenza. Devo dire con alterne
fortune nel senso che ho trovato insopportabile “Uomini e no” di Vittorini (e
magari lo rileggerò per vedere se col tempo la percezione è cambiata) e invece
ho adorato “L’Agnese va a morire” di Renata Viganò. In tutto questo un posto
speciale lo merita assolutamente “Il sentiero dei nidi di ragno” di Italo
Calvino. Se Fenoglio portava il racconto partigiano in una dimensione diversa
letterariamente parlando, Calvino la racconta usando un punto di vista diverso
e privilegiato, quello di Pin, bambino orfano, cresciuto in fretta tra i
carrugi genovesi. Questo escamotage permette allo scrittore di toccare corde
differenti e di portare il discorso su un terreno poetico, spiazzante, diverso,
che evita i toni epici, trionfali e mitizzanti che talvolta permeano la retorica
resistenziale.
Pin vive nel carrugio con la sorella che per campare si prostituisce concedendosi spesso e volentieri agli occupanti tedeschi. Il bambino frequenta il quartiere e anche i locali, dove i suoi compagni non sono i coetanei, ma gli adulti con i quali passa il tempo in osteria prendendoli in giro e parlando di argomenti tuttaltro che fanciulleschi. Dopo aver rubato la pistola ad un militare tedesco cliente della sorella Pin la nasconde nel suo posto segreto, quello dove i ragni fanno il nido. In seguito viene catturato e poi raggiunge sui monti una formazione partigiana,a dire il vero piuttosto scalcagnata. Pin e la brigata rappresentano gli antieroi per eccellenza. Un’umanità sconfitta, fragile, ferita e piena di vulnerabilità che cerca di riscattarsi combattendo come direbbe Fenoglio “from the right side”. Non ci sono certezze per chi combatte e sogna che il dopo sia giusto. Ma nel frattempo la brigata è lo specchio delle difficoltà umana, dei rapporti che si incrinano per un nonnulla, degli amori nascosti e dei tradimenti. Perché i partigiani non sono eroi, ma semplici esseri umani, ovviamente non esenti da difetti. E in questo Calvino è un maestro fondendo registro fiabesco e impegno civile. La scena tra Pin e Capitano che chiude il libro, mi ha fatto personalmente commuovere alla prima lettura ormai quasi trent’anni or sono e lo fa ancora.
E a ottant’anni di distanza dalla pubblicazione vale ancora oggi la pena di leggerlo perché ci ricorda che esplora l’esperienza dell’esclusione, quella di Pin che non è mai riuscito veramente ad essere bambino e ad avere rapporti con i suoi coetanei, e la ricerca disperata di un posto e un ruolo nel mondo. In un periodo come il nostro nel quale i conflitti – purtroppo – sono ancora all’ordine del giorno ci riporta sulla retta via. Quella che ci ricorda che oltre alla retorica e alla Storia con la s maiuscola ci sono le piccole storie quotidiane della gente comune.
Pin vive nel carrugio con la sorella che per campare si prostituisce concedendosi spesso e volentieri agli occupanti tedeschi. Il bambino frequenta il quartiere e anche i locali, dove i suoi compagni non sono i coetanei, ma gli adulti con i quali passa il tempo in osteria prendendoli in giro e parlando di argomenti tuttaltro che fanciulleschi. Dopo aver rubato la pistola ad un militare tedesco cliente della sorella Pin la nasconde nel suo posto segreto, quello dove i ragni fanno il nido. In seguito viene catturato e poi raggiunge sui monti una formazione partigiana,a dire il vero piuttosto scalcagnata. Pin e la brigata rappresentano gli antieroi per eccellenza. Un’umanità sconfitta, fragile, ferita e piena di vulnerabilità che cerca di riscattarsi combattendo come direbbe Fenoglio “from the right side”. Non ci sono certezze per chi combatte e sogna che il dopo sia giusto. Ma nel frattempo la brigata è lo specchio delle difficoltà umana, dei rapporti che si incrinano per un nonnulla, degli amori nascosti e dei tradimenti. Perché i partigiani non sono eroi, ma semplici esseri umani, ovviamente non esenti da difetti. E in questo Calvino è un maestro fondendo registro fiabesco e impegno civile. La scena tra Pin e Capitano che chiude il libro, mi ha fatto personalmente commuovere alla prima lettura ormai quasi trent’anni or sono e lo fa ancora.
E a ottant’anni di distanza dalla pubblicazione vale ancora oggi la pena di leggerlo perché ci ricorda che esplora l’esperienza dell’esclusione, quella di Pin che non è mai riuscito veramente ad essere bambino e ad avere rapporti con i suoi coetanei, e la ricerca disperata di un posto e un ruolo nel mondo. In un periodo come il nostro nel quale i conflitti – purtroppo – sono ancora all’ordine del giorno ci riporta sulla retta via. Quella che ci ricorda che oltre alla retorica e alla Storia con la s maiuscola ci sono le piccole storie quotidiane della gente comune.

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